Firenze, 19 febbraio 2016

Intervento di Claudio Calastri, presidente dell’Associazione Archeoimprese.

 

Cari colleghi, l’associazione Archeoimprese esprime il proprio ringraziamento all’organizzazione di TourismA e al prof. Giuliano Volpe per aver voluto promuovere un luogo di dibattito e confronto fra le varie anime del mondo archeologico italiano.

Il tavolo di coordinamento degli archeologi italiani costituisce un’occasione da non perdere per superare le posizioni preconcette e gli steccati ideologici che hanno caratterizzato il nostro settore nei decenni scorsi, e per cercare di definire una linea di pensiero e intervento comune, oltremodo necessaria in un momento storico difficile in cui si stanno susseguendo importanti novità nel campo dell’archeologia e dei Beni Culturali in generale.

L’impresa non è semplice, è necessario trovare punti di contatto fra settori del mondo archeologico che hanno strutture organizzative, referenti, obiettivi diversi. Lo stesso tavolo di coordinamento necessita di un’ampia riflessione sulla forma associativa e sulla ripartizione della rappresentanza interna, riflessione peraltro già in atto, perché tutte le parti coinvolte abbiano medesima possibilità di esprimersi e rappresentare le istanze del proprio settore.

Archeoimprese è disponibile ad impegnarsi con spirito costruttivo in questo esperimento, anche e soprattutto in relazione alle sfide che ci aspettano.

Come accennavo all’inizio, due argomenti sono all’ordine del giorno dell’archeologia italiana ed hanno acceso un aspro dibattito interno ed esterno alla categoria.

Innanzitutto la recente riforma del MiBACT, con il susseguirsi di modifiche sostanziali all’organizzazione del Ministero. Voglio ribadire qui un concetto già espresso da Archeoimprese in occasione della presentazione della riforma; lasciano fortemente perplessi i tempi di presentazione della stessa, a pochi mesi dal precedente intervento che aveva visto la divisione fra soprintendenze e musei, e soprattutto la non condivisione delle scelte tecniche di riorganizzazione con chi andrà ad applicarle nella quotidianità. L’impegno e la competenza che i funzionari del Ministero mettono quotidianamente nel lavoro di tutela e valorizzazione del patrimonio dello Stato avrebbe meritato e merita altra attenzione.

Il tema della soprintendenza unica è un tema complesso, dibattuto da tempo, sul quale Archeoimprese nutre riserve tecniche in merito alla competenza dei futuri soprintendenti. Ritengo inoltre sia semplicistico giustificare l’accorpamento dei settori con una pretesa di semplificazione e unificazione delle procedure per il cittadino, che sono nella sostanza giuridica già unificate da tempo grazie allo strumento del parere unico.

L’altro argomento sul tavolo in questi mesi è il rinnovo del Codice degli appalti pubblici e la relativa conferma degli articoli riguardanti l’archeologia preventiva. Archeoimprese è stata la prima associazione a porre l’accento sul pericolo di uno stralcio degli articoli 95 e 96 dell’attuale codice a favore del Codice dei Beni Culturali, ed a proporre una soluzione condivisa del problema nei ristretti tempi previsti per l’approvazione della nuova legge delega. Ribadiamo con forza la necessità di mantenimento della materia nel nuovo Codice degli appalti, con opportuni aggiustamenti che nascano da dieci anni di applicazione pratica della norma, e proponiamo una collaborazione costruttiva per una conseguente riscrittura del Codice dei Beni Culturali, al fine di adeguarlo alle istanze dell’archeologia moderna.

Un cambio di passo culturale è d’altronde assolutamente necessario, in un panorama generale che vede ancora l’archeologia, ed in particolare quella preventiva, come un ostacolo ed un aggravio di spesa per la realizzazione di opere pubbliche, quando non un attività per pochi fanatici della cazzuola e del pennellino.

Vorrei fornirvi un dato di riferimento per dimostrare l’infondatezza di certe posizioni di critica nei confronti dell’archeologia preventiva; la spesa annua per le attività archeologiche pubbliche in Italia può essere quantificata, in mancanza di statistiche precise di riferimento, in circa 200 – 250 milioni di euro. Per la realizzazione di un’unica infrastruttura di dubbia utilità come l’autostrada Bre.Be.Mi. si è reso necessario un esborso pubblico di 2,3 miliardi di euro, equivalente circa dieci anni di archeologia preventiva in Italia. Esiste dunque un problema di strategie economiche nazionali di utilizzo virtuoso del denaro pubblico, che non può essere scaricato artificiosamente su un segmento minoritario della spesa per le opere infrastrutturali come quello dell’archeologia preventiva.

E’ quindi necessario che il mondo dell’archeologia italiana si impegni per ribadire l’importanza della tutela e della conservazione del patrimonio del passato, attuando in tutti i campi possibili un’azione di promozione culturale attiva e moderna della materia, anche in ottemperanza all’art. 9 della Costituzione Italiana.

Claudio Calastri